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La professione forense è ormai pienamente immersa nel mondo digitale sia dal punto di vista organizzativo sia dal punto di vista dell’attività professionale vera e propria.

In particolare, con l’avvento della fatturazione elettronica lo studio legale può dirsi ormai pienamente digitale in ogni suo aspetto, anche in quello contabile. È dunque necessario che gli strumenti professionali siano in linea con tali esigenze, come del resto afferma ormai da tempo anche la giurisprudenza.

Sul punto è bene ricordare l’insegnamento della sentenza della Corte di Cassazione n. 22320 del 27 giugno – 25 settembre ’17, che, eccettuati alcuni arresti in tema di efficacia e garanzia di autenticità delle firme elettroniche da approfondire meglio in separata sede, spende parole importanti in punto dotazioni informatiche dello studio legale.

Oggetto del contendere era infatti la mancata lettura di un file con estensione .p7m (dunque munito di firma digitale in formato CAdES) e la conseguente argomentazione in forza della quale veniva “prospettata pure una disparità di trattamento con le notifiche cartacee (o, rectius, in formato analogico) per la pienezza della conoscenza e/o conoscibilità che queste, a differenza di quelle telematiche, assicurerebbero ove si imponesse al destinatario di dotarsi di specifici strumenti o programmi di lettura o decodifica”.

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