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Andava tutto bene (forse) quando improvvisamente ci siamo trovati di fronte a un’emergenza senza precedenti. In attesa di sapere che cosa sta insegnando a voi, vi dico cosa sta insegnando a me.

Responsabilità

L’assunzione della responsabilità personale -ossia la volontà di prendere decisioni autonome facendosi carico delle conseguenze senza aspettare che sia qualcun altro a prendere in mano la situazione al posto nostro- è un’attitudine che nei momenti di emergenza viene fortemente sollecitata, a tutti i livelli.

Esiste una responsabilità nello stabilire le priorità -delle azioni da intraprendere per esempio-, una responsabilità nel decidere che cosa, come e quando comunicare, una responsabilità nel rispettare oggi gli impegni presi in passato pur non avendo più una visione chiara (ammesso che mai si possa avere) di quel che succederà domani, una responsabilità nello stabilire che cosa è compatibile con il futuro che si vuole contribuire a disegnare e che cosa non lo è.

Senz’altro la lista non si esaurisce qui ma vorrei provare a sintetizzarla in un unico concetto: la responsabilità è un approccio orientato al lungo periodo che restituisce sistematicamente coerenza e unità di intenti alle proprie decisioni. Un modo di essere che permette di lasciare un segno positivo, di costituire un esempio a cui riferirsi nei momenti di difficoltà per ritrovare le forze e le energie per andare avanti.

Ecco, l’emergenza a me ha insegnato che, pur dopo un comprensibile e umano senso di totale smarrimento, non può più essere procrastinato il momento di assumersi le proprie responsabilità a tutto tondo.

Mi ha insegnato che non è mai e per nessuna ragione accettabile non pensare al ruolo che si vuole avere e a come si può fare la differenza, nello svolgimento della propria attività e con i propri comportamenti.

L’emergenza mi ha regalato il tempo per pensarci, l’urgenza di trovare una risposta, la paura che serve per agire.

Relazioni

Nel luglio del 2019 il sociologo Mauro Magatti in un suo articolo scriveva: “…ogni individuo esiste solo in rapporto alla comunità e la società nella quale vive; ogni territorio e ogni paese si colloca nel quadro di ineliminabili relazioni e vincoli internazionali e planetari; nessuno si può salvare da solo e l’unica via di salvezza passa dalla capacità di custodire confini porosi che si sforzano di lavorare per obiettivi comuni; l’economia può sussistere solo se tiene conto della giustizia sociale e degli equilibri ecologici; e nessuna generazione può pensarsi a prescindere da quelle che l’hanno preceduta e da quelle che seguono”.

Nell’articolo si ragionava su un futuro possibile che si sarebbe avverato solo in presenza di una discontinuità che avrebbe portato a riconoscere che “…nulla è assoluto e che tutto è, invece, in relazione”.

L’emergenza ha imposto con grande violenza questa discontinuità e un po’ alla volta si è fatto largo un nuovo senso di appartenenza e la necessità di rafforzare i legami trovando in essi rassicurazione e conforto ma anche scambio intellettuale e condivisione di emozioni.

Forse sarò una privilegiata ma personalmente ho assistito, nella stragrande maggioranza delle mie interazioni personali ma anche e soprattutto di quelle professionali, a comportamenti virtuosi, a un rinnovato spirito di coesione e a un progressivo abbandono delle ostilità a tutto vantaggio di un confronto sereno e di reciproco sostegno. Contestualmente ho anche assistito alla progressiva emarginazione di chi ancora aveva la forza di esprimere con animosità -spesso fine a se stessa- il proprio dissenso e di chi cercava a tutti i costi di imporre la propria persona non curandosi del fine superiore che stavano abbracciando gli altri.

L’emergenza mi ha fatto riscoprire la potenza delle azioni corali, l’emozione dei movimenti sincroni e la sensazione di essere parte di un tutto in perfetta continuità -e relazione.

Rispetto

Il rispetto è la terza grande lezione che l’emergenza impartisce. E’ il collante che dà ossigeno alle relazioni e consente loro di espandersi e allo stesso tempo di durare, è la consapevolezza che niente è eterno ma altrettanto che per garantirsi una continuità e donarsi la possibilità di traguardare il presente si devono tenere in considerazione non solo le opportunità ma anche i rischi e si deve essere preparati ad attivare tempestivamente i correttivi adeguati.

Il rispetto è anche saper mantenere una giusta distanza (non è un caso che in edilizia si parli di “distanza di rispetto”), a volte anche da se stessi, quando si decide di stare o fare un passo indietro e si rinuncia all’essere per forza al centro dell’attenzione a tutto vantaggio di un benessere ampio, diffuso e condiviso.

L’emergenza mi ha insegnato che il rispetto è il braccio destro della responsabilità, perché le conferisce quell’umanità che le serve per non trascendere nell’affermazione di un bene superiore costi quel che costi.

Non so quanti si sono accorti che ho sempre e solo parlato di “emergenza”. Non ho mai scritto “questa emergenza” né espressamente fatto riferimento al nostro presente.

Non l’ho fatto intenzionalmente perché, almeno per come la vedo io, uno studio vive in continua emergenza -fosse anche inconsapevolmente- fino a quando non ha interiorizzato nel suo modo di agire -partendo dal vertice ma allargando senza eccezioni a tutti i livelli- gli insegnamenti che questi drammatici giorni (adesso sì, sto facendo espresso riferimento) stanno offrendo a tutti noi.

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