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In che modo sono correlati sostenibilità e passaggi generazionali all’interno degli studi professionali?

Cercando di essere più concreta possibile, parto dalla definizione stessa di sostenibilità: “Condizione di un modello di sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”.
Sebbene già così il tema sembri esaurito, vorrei proporre lo stesso alcune riflessioni nate anche dal confronto personale con realtà professionali che stanno cominciando a misurarsi con la “questione sostenibilità” e ancora mantengono un atteggiamento, per dirla con un eufemismo, scettico.

Sostenibilità dello studio legale: cosa sta succedendo?

Prendiamo in esame quindi i due estremi: i giovanissimi e i boomer.
Senza bisogno di scomodare le statistiche -che peraltro ci sono e confermano- all’interno degli studi si comincia ad avvertire un problema di continuità che porta le organizzazioni ad assumere lentamente la forma di una piramide rovesciata: il numero dei nuovi iscritti agli albi è in calo, il che tradotto significa che si fatica sempre più a trovare dei praticanti mentre, nelle realtà in cui ancora si riesce a crescere, aumentano progressivamente i senior ai vertici.
Dal punto di vista professionale questa carenza di giovani professionisti non solo determina un sovraccarico di lavoro a minor valore aggiunto su chi invece ha maggiori expertise e dovrebbe quindi fare altro, ma priva l’ambiente nel suo complesso di quegli stimoli verso le novità che solo i più giovani sanno infondere.
Uno per tutti rispetto all’uso delle tecnologie e alla digitalizzazione in genere: si pensi a quanto l’utilizzo di strumenti informatici e adeguate dotazioni hardware e software abbiano permesso la continuità del lavoro da remoto durante la pandemia ma anche quanto, in situazioni di minore emergenza, impattino sulla quotidianità in studio e ne determino efficienza, velocità, possibilità di concentrarsi su attività ad alto valore aggiunto, comunicazioni più rapide e semplificate, ecc.

È un fatto evidente anche che la tecnologia sia una grande alleata dell’ambiente, consentendo risparmi e utilizzi efficienti di risorse: un esempio per tutti la possibilità di lavorare in smart working e ridurre gli spostamenti verso e dall’ufficio ma anche presso i clienti a tutto vantaggio anche del maggior tempo a disposizione (ognuno poi sia libero di decidere come utilizzarlo).

Spostandosi un poco in avanti e ampliando la fascia di età all’interno della quale cercare i talenti, gli Studi si misurano con giovani professionisti appartenenti alla cosiddetta generazione Y, quella dei nati dal 1980 al 2000, che -e di nuovo ci vengono in soccorso le statistiche- comprende persone informate, molto attive e pronte ad orientare le loro preferenze relativamente non solo ai consumi ma anche alle realtà in cui andare a lavorare prediligendo quelle che dimostrano un impegno sincero nei confronti della sostenibilità.
E questa è già una prima buona ragione per fare una riflessione seria: se si vuole garantire continuità agli studi, è un fatto assodato che si debbano alimentare i team con professionisti più giovani. Ma se questi ultimi scarseggiano, è altrettanto evidente che saranno loro a potersi permettere di scegliere: saranno quindi gli studi a dover cambiare prospettiva e considerare anche le loro istanze per essere attrattivi e continuare a crescere.

Come assicurare la continuità dello studio di famiglia

Spostiamoci ora sull’altro estremo e cioè verso la generazione dei cosiddetti baby boomers, data di nascita tra il 1946 e il 1964, quindi persone che hanno tra i 76 e i 58 anni.
Molti di loro ancora saldamente alla guida degli studi, i boomer sono una ampia rosa di professionisti che ha al suo interno istanze diverse: i primi, ultrasettantenni, sollecitati quotidianamente ad occuparsi del passaggio generazionale che dovrebbe determinare un loro passo indietro -che spesso non hanno alcuna intenzione di fare, intendo né il passo indietro, né occuparsi del passaggio generazionale-, i secondi preoccupati invece di gestire un futuro che presenta loro uno scenario decisamente diverso rispetto al quale sono cresciuti e hanno avuto successo e che non è nemmeno così breve da indurli a sopravvivere in attesa della pensione.
Che cosa li accumuna invece? Un generalizzato disinteresse (o disincanto anche) nei confronti della sostenibilità e l’approccio verso la tecnologia: definiti immigrati digitali, i boomer sono nativi analogici, costretti ad abituarsi alle nuove tecnologie in età adulta ancora orientati a preferire il telefono come mezzo di comunicazione.
Come si dice, Houston abbiamo un problema.
La cosa curiosa, per così dire, è che quando si parla di diversity e inclusion non ci si riferisce solo al genere, ma anche all’orientamento religioso, all’etnia, alla cultura e pure all’età. E ancora una volta sono le statistiche a dimostrarlo, il mix generazionale è auspicabile e prezioso perché amplifica le opportunità di apprendimento e di comunicazione e impone di smettere di dare per scontato “il modo in cui si è sempre fatto” proprio per tenere nella giusta considerazione istanze molto diverse tra loro perché provenienti da professionisti di età altrettanto diverse.
A tutto vantaggio di un modello di sviluppo innovativo che consenta la sopravvivenza dello studio ben oltre quella dei fondatori.

A cura di Giulia Picchi

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