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Se dico greenwashing quanti sanno di che cosa sto parlando?
Io credo più o meno tutti, perché anche questo ormai è uno dei termini in cui si inciampa nella stampa un giorno sì e un altro anche.

Comunque sia -a scanso di equivoci- si definisce greenwashing l’uso distorto della sostenibilità ambientale a fini promozionali.

L’obiettivo di queste pratiche, conosciute anche come ambientalismo di facciata, è valorizzare la reputazione ambientale dell’impresa per generare, a cascata, un beneficio in termini di fatturato derivante dal fatto che sempre più persone sono interessate ad acquistare prodotti eco-friendly.

I modi in cui si può fare greenwashing

I modi sono tanti, dall’utilizzo di un linguaggio vago e approssimativo a uno al contrario così tanto gergale e tecnico da essere comprensibile solo agli addetti ai lavori, dal fornire dati parziali all’uso di immagini suggestive -magari con ampio uso del verde o di soggetti naturali che facciano pensare a un collegamento tra brand e le questioni ambientali e finendo, in ultima analisi, col trarre il pubblico in inganno.

E infatti è proprio questo il punto: oggi il greenwashing in Italia viene considerato pubblicità ingannevole ed è controllato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ma alla luce dell’aumento dei casi appare necessaria una normativa ad hoc per regolare tale fenomeno.

Non per niente è al vaglio della Commissione europea la “Environmental performance of products and businesses – substantiating claims”, una proposta legislativa che impone alle aziende che fanno dichiarazioni ecologiche” di comprovarle con una metodologia standard adatta a valutare il loro effettivo impatto sull’ambiente.

Nel frattempo, qualcosa è successo: dallo scorso novembre, i green claim non potranno più essere “vaghi, generici o esagerati” grazie alla prima sentenza emessa dal Tribunale di Gorizia che ha accolto un ricorso presentato per greenwashing innescando così una rivoluzione giurisprudenziale.

Cosa sta accadendo in questi giorni relativamente al controllo

È notizia di oggi (13 maggio) che la SEC, l’ente federale statunitense preposto alla vigilanza della borsa valori, ha fatto causa a una società mineraria quotata in borsa con sede a Rio de Janeiro in relazione a un incidente catastrofico occorso nel 2019 che ha causato la vita a 270 persone e generato inestimabili danni per l’ambiente.

Perché parlare di greenwashing nel mondo degli avvocati?

Perché questa causa si inserisce tra le attività promosse dalla Task Force Clima e Ambiente, Sociale e Governance (Task Force ESG) creata dalla SEC all’interno della sua Division of Enforcement nel marzo del 2021 allo scopo di indagare sulle violazioni relative agli ESG.

Tornando al caso, il governo ha basato le sue accuse su dichiarazioni pubbliche e informazioni contenute nei rapporti di sostenibilità dell’azienda dimostrando che le azioni di applicazione della SEC in materia di ESG saranno sempre più probabili e prenderanno in esame un’ampia serie di dichiarazioni aziendali, a partire dai report di sostenibilità e continuando con tutte le relazioni e le dichiarazioni pubbliche senza limitarsi più ai documenti obbligatori.

Le società quotate in borsa dovrebbero prenderne nota.

Ma direi che dovrebbero prenderne nota anche gli avvocati, considerato -se ancora non era chiaro- che di pari passo al tema della sostenibilità, si aprono nuove aree di attività, sia in fase preventiva, nel caso in esempio affiancando le imprese per scongiurare i rischi derivanti dalla pubblicazione di dati potenzialmente fuorvianti, sia in fase di contenzioso quando, come si suol dire in un linguaggio non esattamente tecnico, la frittata è fatta.

16/05/2022
| A cura di Giulia Picchi – senior partner marketude
| gestione-studio

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