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Sostenibilità digitale

Parafrasando: non importa dove, ogni mattina un professionista si sveglia.

Non avrà veramente bisogno di correre perché, immerso in un mondo dove la tecnologia è diventata un’estensione della propria attività, sin dalle prime ore del mattino, sarà già connesso.

La verifica delle e-mail sullo smartphone segna l’inizio delle interazioni digitali che lo accompagneranno lungo tutta la giornata. Arrivato in ufficio, si collegherà alla rete dello studio e parteciperà a videoconferenze, consulterà banche dati online per le sue ricerche giuridiche, navigherà in internet per leggere le ultime notizie, aggiornarsi o magari raccogliere informazioni su prospect e candidati. Redigerà documenti utilizzando software appositi, li salverà nella intranet dello studio, utilizzerà il cellulare per chiamare e inviare messaggi e, non mancherà di scambiare via mail file più o meno corposi con clienti e colleghi.

Inutile sottolineare quanto la tecnologia abbia semplificato numerosi aspetti del lavoro di un professionista, riducendo gli spostamenti fisici e consumi di ingenti quantità di carta.

Ma il suo uso massiccio non è privo di impatti per l’ambiente.

Ogni e-mail inviata, ogni ricerca in un database, ogni documento salvato in cloud comporta un consumo energetico che viene spesso sottostimato.

Non solo. Gli studi sono, ormai quasi tutti, dotati di un sito internet, inviano newsletter a una grande quantità di destinatari, magari sono presenti online anche su piattaforme social o attraverso blog. Questo significa che, anche se indirettamente, il quotidiano esercizio della professione contribuisce alle emissioni di CO2, incidendo sull’ambiente.

Sì perché i data center e le reti di telecomunicazione che alimentano queste attività digitali consumano enormi quantità di elettricità, gran parte della quale proviene ancora da fonti non rinnovabili.

Inoltre, in aggiunta agli aspetti più direttamente connessi all’uso di energia, non vanno dimenticate le conseguenze derivanti dalla produzione e gestione dei rifiuti elettronici (e-waste): l’obsolescenza programmata e il rapido ciclo di vita dei dispositivi portano a un’enorme quantità di rifiuti, difficili da smaltire e riciclare.

A questo proposito trovo interessante ricordare quanto si legge in apertura del Sustainable web manifesto https://www.sustainablewebmanifesto.com: “If the Internet was a country, it would be the 4th largest polluter”[1].

Ecco perché, di concerto con le altre iniziative che riflettono la crescente attenzione per gli aspetti ambientali, sociali ed economici, è diventato improrogabile anche parlare di sostenibilità digitale: per migliorare la consapevolezza e successivamente spingere all’adozione di tutte quelle misure finalizzate a ridurre il più possibile gli impatti correlati all’industria dell’informazione e delle comunicazioni attraverso l’implementazione di pratiche più efficienti e sostenibili.

Ma che cosa può fare uno studio per diventare digitalmente sostenibile?

Le strategie adottabili sono diverse.

L’ottimizzazione delle infrastrutture IT, ad esempio, attraverso la scelta di fornitori di servizi cloud che utilizzino energie rinnovabili e centri dati ad alta efficienza energetica è senz’altro una via. Sulla stessa linea, pratiche come la digitalizzazione consapevole, che incoraggia la riduzione dei dati memorizzati e trasferiti, possono fare una grande differenza.

Sul fronte hardware, l’adozione di dispositivi più efficienti dal punto di vista energetico, o meglio ancora rigenerati e la loro manutenzione prolungata, contrastando la cultura dell’obsolescenza programmata rappresentano ulteriori passi verso la sostenibilità.

La transizione verso pratiche più sostenibili non è solo una questione di cambiamento tecnologico, ma anche culturale. Educare e sensibilizzare quanti lavorano in studio riguardo l’impatto ambientale delle proprie abitudini digitali è fondamentale, così come guidare professionisti e collaboratori attraverso una riflessione critica su come e quanto utilizzano la tecnologia nel proprio lavoro quotidiano.

Ancora una volta, la cosa migliore è farsi assistere da chi professionalmente si occupa di questi temi e procedere prima di tutto a un audit di sostenibilità digitale per analizzare gli effettivi impatti generati sia all’interno, nel normale svolgimento delle attività, sia all’esterno, attraverso le “properties” dello studio come siti, blog, newsletter, ecc.

Sulla base dei risultati, sarà possibile poi, laddove necessario, mettersi in cammino per ridurre gli impatti e dove già, invece, lo studio risultasse virtuoso, disporre di una base scientifica per poter provare la propria sostenibilità digitale e comunicarla all’esterno -a tutto vantaggio del pianeta e, non ultimo, della propria reputazione.

[1] https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2666389921001884

Gentile professionista,
piacere di conoscerti

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