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Il cambiamento climatico e l’impatto sulle aziende

Il cambiamento climatico è un dato di fatto. L’evidenza ha convinto anche gli scettici sulla necessità di prepararsi e agire.

Gli effetti della recente alluvione in Emilia-Romagna sulle attività umane ed economiche hanno impressionato anche chi era convinto che non esistessero pericoli imminenti e reali.

Ma il cambiamento climatico che impatto ha sulle aziende?

Cos’è il climate change?

Nel corso dell’ultimo secolo è stata registrata una forte tendenza al riscaldamento del nostro pianeta. Sulle cause c’è un ampio consenso nella comunità scientifica: l’aumento della concentrazione di gas serra nell’atmosfera. Le emissioni clima-alteranti (GreenHouse Gases o GHG) intrappolano il calore del sole e gli impediscono di disperdersi nello spazio, provocando così il riscaldamento globale. Di conseguenza, le precipitazioni cambiano, le temperature medie aumentano e gli eventi meteorologici estremi (forti piogge, ondate di calore, siccità) si verificano con maggiore frequenza e intensità. Le attività umane maggiormente responsabili di questi cambiamenti sono l’utilizzo di combustibili fossili; quindi, i trasporti, la produzione di energia, l’industria manifatturiera, le costruzioni, l’agricoltura e l’industria chimica.

Oggi la temperatura media globale è di circa 1C° superiore rispetto ai livelli dell’era preindustriale. Oltre ai fenomeni meteorologici estremi ciò sta già determinando anche altre importanti conseguenze, come l’innalzamento del livello del mare, il calo di produttività delle coltivazioni e l’aumento degli incendi boschivi.

Per limitare i rischi derivanti dal surriscaldamento della Terra sono state avviate diverse iniziative internazionali, come per esempio l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici o l’European Green Deal (2020-2050). L’UE ha introdotto provvedimenti molto stringenti che coinvolgono i governi, il sistema finanziario e le aziende, per limitare l’aumento delle temperature, attraverso la riduzione delle emissioni di gas serra del 55% (rispetto al 1990) entro il 2030, e con l’obiettivo di rendere l’Unione Europea (UE) climaticamente neutrale entro il 2050.

Quali sono i rischi?

I rischi climatici a cui le aziende sono esposte sono il rischio fisico e il rischio di transizione.

  • Rischio fisico – Deriva dalle perdite potenziali causate da disastri naturali (allagamenti, incendi, siccità, frane) provocati da stress termico, cambiamento nel regime dei venti e delle precipitazioni e ondate di calore, oppure da eventi climatici progressivi, come l’innalzamento del livello del mare e la perdita di biodiversità. I potenziali effetti negativi sulle attività economiche possono variare dalla semplice interruzione dei processi produttivi alla distruzione delle strutture aziendali.
  • Rischio di transizione – Deriva dall’esigenza di contenere le emissioni di CO2; per cui le nuove normative in tale direzione potrebbero comportare per l’azienda rischi tecnologici, di mercato, legali o reputazionali. Per esempio, la transizione tecnologica verso prodotti a basse emissioni o a bassi consumi energetici potrebbe ridurre la domanda dei prodotti tradizionali e spingere l’azienda fuori dal mercato. L’incremento dei costi delle materie prime energivore e l’introduzione di requisiti per i prodotti (come il riciclo e lo smaltimento dei rifiuti) potrebbe causare un impatto economico importante sui bilanci dell’impresa.

Gli indicatori

Come viene valutata l’esposizione dell’azienda al rischio climatico?

Quali sono gli indicatori relativi al rischio climatico che si utilizzano nell’analisi ESG?

In generale, i principali indicatori a cui fare riferimento sono:

  • Misurazione delle emissioni
    • emissioni dirette generate dall’azienda[1]
    • emissioni indirette generate dall’energia consumata
    • tutte le altre emissioni generate dalla catena del valore dell’azienda.
  • Tipologia dei consumi energetici – Si fa riferimento al consumo totale di energia prodotta da fonti rinnovabili e non rinnovabili e agli obiettivi di efficienza energetica. Inoltre, molto importante è la classe energetica degli immobili.
  • Localizzazione di attività e impianti – Per ciascun stabilimento o immobile è necessaria una valutazione dell’esposizione alla variabilità idrogeologica e alle precipitazioni (pioggia, grandine, neve, ghiaccio), alle ondate di calore, alle siccità, alle inondazioni e al cambiamento del regime dei venti (tromba d’aria, ciclone, uragano, tifone). Sulla base di queste valutazioni è possibile determinare i rischi derivanti dalla degradazione/erosione del suolo, da valanghe o frane che potrebbero mettere a rischio le attività economiche.

Quali sono le iniziative?

L’imprenditore che vuole mitigare i rischi climatici per la sua azienda ha a disposizione vari strumenti:

  • contenere il rischio fisico – escludendo la scelta estrema di rilocalizzazione delle attività, occorre considerare gli interventi di messa in sicurezza degli edifici e la stipula di polizze assicurative che possono ridurre gli impatti economici;
  • contenere il rischio di transizione – occorre adottare una strategia di adattamento graduale, per la riduzione delle emissioni e dei consumi energetici.

Conclusioni

Per tutte le imprese è importante rendere pubbliche le informazioni sui rischi e gli impatti relativi alle proprie attività, inclusi quelli che riguardano il cambiamento climatico.

Il principale destinatario di tali informazioni è il sistema finanziario. La normativa bancaria prevede. Infatti, che nella procedura di concessione del credito sia valutata anche l’esposizione ai rischi climatici a cui è soggetta l’azienda: ad esempio se l’ipoteca a garanzia del mutuo è su un immobile ad alta efficienza energetica o in una zona poco soggetta a rischio idrogeologico.  La banca mira ad avere un portafoglio di clienti meno esposto ai rischi climatici, perché ciò comporta minori accantonamenti patrimoniali; ne consegue che le aziende meno rischiose saranno privilegiate nell’ottenimento del credito.

Un altro importante interlocutore interessato alle informazioni sul climate change è il cliente. Questo è particolarmente evidente per le imprese B2B che forniscono grandi aziende internazionali. In questo caso, infatti, le aziende più attente alla sostenibilità impongono i parametri ESG nel processo di selezione dei fornitori. Quindi, anche le PMI devono comunicare le proprie caratteristiche di sostenibilità, tra cui per esempio la misurazione delle emissioni di gas serra, per non essere escluse dal mercato.

I rischi climatici fanno parte dei rischi a cui l’azienda è potenzialmente esposta e sono un elemento fondamentale per la valutazione del suo rating ESG. L’azienda che ha consapevolezza dei suoi rischi trarrà sicuramente vantaggio dal comunicare correttamente le azioni adottate per la loro mitigazione e i progressi raggiunti. Inoltre, è opportuno considerare che adottare una strategia di sviluppo compatibile con la transizione verso un’economia sostenibile e con ridotti impatti sul riscaldamento globale può essere una opportunità da cogliere per raggiungere l’obiettivo di restare competitivi e performanti.

Le aziende che hanno fatto di queste sfide un’opportunità hanno rafforzato la propria reputazione e costruito buone relazioni con clienti, finanziatori, dipendenti e con le comunità in cui operano.

 

[1] Le emissioni dirette dell’azienda sono definite dagli standard di misurazione: “Scope 1”, le emissioni indirette: “Scope 2”, le emissioni generate dalla catena del valore: “Scope 3”.

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